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Breve storia del linguaggio oppressivo

“Il linguaggio è una legislazione e la lingua ne è il codice. Noi non scorgiamo il potere che è insito nella lingua perché dimentichiamo che ogni linguaggio è una classificazione e che ogni classificazione è oppressiva.” (Roland Barthes)

di Alessio Giovagnoni

Una radicata quanto errata consuetudine spinge gli uomini a pensare che il linguaggio sia un mezzo neutrale, usato esclusivamente per comunicare, realizzare descrizioni della realtà e per denominare gli oggetti e le forme di vita del pianeta terra.
Il linguaggio va invece considerato come uno strumento, un’arma sopraffina attraverso la quale i soggetti possono compiere o far compiere azioni; dar forma o mutare la realtà nella quale vivono e realizzare forme di controllo sociale. Categorizzare, classificare, designare e suddividere sono azioni che, mediante l’uso del linguaggio, possono porre in posizioni avvantaggiate o svantaggiate, garantendo o negando l’accesso a risorse simboliche e materiali, modificando la vita sociale e il modo in cui si è percepiti dal mondo circostante.
L’apparato statale-burocratico, legiferando, attua costantemente classificazioni e categorizzazioni, suddividendo in gruppi, fasce, status, etnie l’intera popolazione. Anche l’attività dei mezzi di comunicazione di massa è basata sull’azione continua di categorizzazione: la costruzione della notizia ad esempio viene fatta attraverso il ricorso a determinate categorie che saranno in grado non solo di descrivere l’evento ma anche di spiegarlo, di elaborare interpretazioni, di assegnare colpe, responsabilità o meriti ai soggetti coinvolti: il mondo occidentale definisce gli attentatori come “criminali” o “terroristi”, mentre è possibile che il mondo orientale li definisca “eroi”.

L’Etnometodologia, branca della sociologia californiana, ha iniziato a indagare, a partire dagli anni ‘70, la produzione dei significati socialmente condivisi (Sense Making) e le pratiche sociali attraverso le quali l’uomo dà senso al proprio agire e ai fenomeni sociali, ponendo al centro della propria analisi il linguaggio. Esso possiede una relazione bidirezionale con il contesto sociale nel quale viene utilizzato, in quanto è in relazione al contesto che il linguaggio assume senso, ma è lo stesso linguaggio a dar forma al contesto. Questo significa che le parole non possiedono significati generali e decontestualizzati, ma contengono sempre un riferimento al contesto in cui sono pronunciate. 
Non solo: nel realizzare una descrizione, ad esempio, la scelta di alcune categorie d’appartenenza piuttosto che di altre è capace di fornire un determinato punto di vista, di esprimere un giudizio e quindi inevitabilmente di dar senso alla realtà. La specificità delle categorie d’appartenenza risiede nel fatto che esse fanno riferimento a un patrimonio nozionistico socialmente condiviso. Gli uomini dispongono di una sorta di enciclopedia cognitiva che viene attivata in base alla scelta di un determinato nome o di un determinato aggettivo. La categoria che viene attribuita a un soggetto riconduce inevitabilmente a una serie di significati, convinzioni, credenze o valori. Se una donna viene categorizzata come “madre”, il soggetto attiverà inevitabilmente una serie di significati, comportamenti e attributi riconducibili a quel termine; se una donna verrà descritta come assassina, i significati, i comportamenti e i giudizi attivati dalla categoria saranno differenti.

È fondamentale inoltre sottolineare che le categorie create dall’agire umano non sono meramente linguistiche e quindi analizzabili dal punto di vista morfologico-grammaticale, né tantomeno corrispondono a caratteristiche prettamente naturali: esse nascono in relazione a un atto di “negoziazione politica” che dà vita a convenzioni sociali e a modalità attraverso le quali la società è ordinata. Chiunque sia nella posizione di controllare la comunicazione all’interno di un sistema sociale dispone quindi del potere di plasmare la realtà e di controllare lo status sociale dell’individuo che verrà inserito in una determinata classificazione. Inoltre tali strutture di potere sono capaci di naturalizzare e rendere di senso comune (socialmente condiviso e accettato) ciò che in realtà è un artificio. L’ordine discorsivo prevalente in una società, prodotto dal mondo politico e dai mass-media, non corrisponde quindi a una descrizione disincarnata e oggettiva, ma è totalmente permeato dall’ideologia o più semplicemente dalla logica dominante. Inoltre, la produzione e la riproduzione su larga scala di determinate strutture linguistiche determinano il modo attraverso il quale gli individui debbano interpretare la realtà circostante, definendo quale punto di vista debba essere adottato.

Anche le analisi di Antonio Gramsci e della Scuola di Birmingham, incentrate sulle modalità di produzione e ricezione della cultura, abbracciano l’idea che, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, il potere sia in grado di imporre i propri punti di vista fino all’interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo finendo per realizzare una vera e propria egemonia culturale.
In entrambi i casi l’idea di fondo è che i messaggi veicolati dalle classi dominanti e dai mezzi di comunicazione di massa (televisione, radio, stampa quotidiana, fumetti, settimanali…) siano solo all’apparenza neutri, mentre in realtà conterebbero riferimenti e chiavi di lettura fortemente permeate dall’ideologia insita in una società. Mediante testi (non esclusivamente verbali) e pratiche narrative, chi controlla la comunicazione riesce a far passare in maniera subdola e pseudo-subliminale istanze valoriali, credenze politiche, modelli di pensiero in linea con il potere.
Di fronte a queste manipolazioni l’uomo non è inerme. Come dimostrano gli studi, ciò che riceviamo dall’alto come messaggio codificato non è recepito in maniera passiva ma viene rielaborato, talvolta messo in discussione e infine reinserito nel campo sociale.

Le molteplici disparità legate al genere, alla provenienza e alla posizione sociale che dilagano al giorno d’oggi dimostrano però quanto sia tutt’ora necessario l’affermarsi di ulteriori pratiche di negoziazione conflittuale per ridefinire il linguaggio e le narrazioni dominanti. La produzione di forme culturali indipendenti o autonome, la traduzione linguistica o più semplicemente una maggiore attenzione al parlato utilizzato nell’interazione quotidiana possono contribuire a mutare le forme discorsive dominanti e inevitabilmente la realtà nella quale viviamo.