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Cupio # 1: Backwards / Ricerca sonora

a cura di Damiano Rizzo

Pasquale Lomolino è un collezionista e appassionato di musica non allineata da oltre 35 anni, produttore discografico da circa 20 anni (fondatore di varie etichette – tra le quali A Silent Place, Backwards Ricerca Sonora e il nuovo progetto Slow Music – con circa 150 pubblicazioni all’attivo). Ha dedicato la sua vita a questa passione e la musica è un elemento costante della sua quotidianità; con oltre diecimila pezzi in collezione, l’attenzione è da sempre focalizzata su musiche sperimentali e d’avanguardia, dalle più disparate sfaccettature.

1 – Le passioni si coltivano col tempo, possono essere veicolate dal contesto sociale-familiare, dal sapere altrui oppure in maniera del tutto autonoma; sapresti tracciare il processo graduale delle tue esperienze legate al mondo della musica e del collezionismo?

Direi che personalmente la mia iniziazione al mondo musicale, e in particolar modo a quello vinilico, nasce molto presto, probabilmente per semplice curiosità che poi si è tramutata in passione totalizzante. Credo di aver acquistato il mio primo vinile all’età di 8-9 anni. Avendo un fratello più grande di due anni, da piccoli ascoltavamo insieme tanta musica, fondamentalmente roba che veniva trasmessa dalle radio, che comunque a mio avviso all’epoca davano spazio anche a materiale meno commerciale. Il primo disco acquistato, se non ricordo male, è stato proprio “The Hurting” dei Tears For Fears, lavoro di new-wave techno-pop, disco che conservo ancora, e che rimane forse l’unico disco propriamente pop della mia collezione, infatti sarà per la forte curiosità ho sempre cercato nuovi eccitanti e inediti ascolti. Ricordo benissimo già alle scuole medie e poi durante i primi anni di liceo quando mi capitava di andare a Bari per frequentare quello che nella mia zona era il negozio di dischi più fornito in assoluto, luogo dove passavo interi pomeriggi semplicemente a guardare scaffali di vinili, lasciandomi spesso affascinare dalle copertine e dalle grafiche. Infatti – sarà per propensione o per attitudine – la mia attenzione venne subito catalizzata da dischi della scena oscura / dark / industrial (i primissimi dischi di Joy Division, Bauhaus, Death In June, Current 93, Cabaret Voltaire, Legendary Pink Dots, Coil…), anche forse per il forte potere iconografico delle copertine. Da lì in poi è stato un crescendo di personalissime ricerche e ascolti: c’è stata una fase in cui cercavo sempre musiche più estreme e difficili, per poi tornare nei tempi più recenti a cercare anche cose più armoniche. Penso che la curiosità di ascoltare sempre cose nuove mi abbia portato a interessarmi a tutte le espressioni della musica cosiddetta sperimentale e di avanguardia, o comunque insolita. All’epoca non esisteva internet e nella mia città non esistevano negozi di dischi alternative o locali dove poter approcciare a nuova musica. L’unica fonte per me era l’acquisto mensile di Rockerilla (poi successivamente Rumore) dove a volte trovavo interviste e recensioni di cose per me interessanti; era soprattutto molto importante per gli annunci e le pubblicità di negozi e mailorder, e anche per le inserzioni fatte dai privati. Nei primi anni novanta scopro un nuovo magazine in lingua italiana, unico per il panorama nazionale: Deep Listening, davvero l’unica rivista che trattava con competenza e passione di tutte le musiche sperimentali e d’avanguardia. Altro elemento importante erano poi le telefonate settimanali ai vari negozi in Italia fatte per aggiornarmi suoi nuovi arrivi, e altra cosa fondamentale era il contatto diretto con artisti ed etichette; si inviava la classica missiva, sperando di ricevere risposta. C’è stato un periodo in cui ho contattato una marea di artisti, etichette e organizzazioni di distribuzione in tutto il mondo! Anche se i tempi erano davvero dilatati, devo ammettere che ricordo con nostalgia quel periodo davvero eccitante! Quando ricevevo la corrispondenza dal postino con lettere, cataloghi, cartoline, era davvero un gran momento di soddisfazione. Inutile dire che la passione per la musica si è tramutata anche in spirito collezionistico con un forte accento maniacale nella ricerca e conservazione dei supporti. Ammetto di aver acquistato certi dischi in diverse edizioni che poi risultano essere praticamente interscambiabili…

2 – Un istinto primigenio, un’irrefrenabile sete di conoscenza oppure mero horror vacui; consideri il tuo studio / digging come una compulsiva ricerca della rarità dell’oggetto in sé oppure come una ricerca di nuovi suoni da proporre al mai sazio condotto “uditivo-emotivo”?

Direi una miscela dei vari elementi! Un cocktail micidiale di istinto primigenio mixato a un’irrefrenabile sete di conoscenza e una buona dose di curiosità, con un pizzico di compulsiva maniacalità. Per quel che mi riguarda, devo ammettere che da un po’ di anni ho superato la mia fase acuta, nel senso che non compro più stesse release in diverse edizioni, anche se non so per quale motivo continuo ad acquistare qualsiasi copia mi capiti fra le mani dei primi 4-5 vinili dei Cranioclast. Comunque tutto nasce dalla voglia di saziare l’aspetto audio-emotivo, alla fine continuo ad acquistare dischi sperando sempre di trovare quello che mi faccia sobbalzare dalla sedia o dal divano, e quando capita sono quasi sempre dischi del passato.

3 – Dove tieni i tuoi dischi e come sono organizzati? Ordine alfabetico, cronologico o divisi per genere?

I dischi sono organizzati in ordine alfabetico e, all’interno dell’ordine alfabetico, ogni release di ogni singolo artista è in ordine cronologico. C’è una sezione a parte per un centinaio di vinili di carattere etnografico, folklorico, world. Per motivi di spazio il 90% dei cofanetti è archiviato a parte, in ordine sparso. La mia collezione di circa diecimila pezzi è archiviata in due distinte grandi librerie composite e ormai lo spazio disponibile di archiviazione è terminato da un po’…Ogni disco ovviamente è protetto da una busta esterna, e molti (non ancora tutti) hanno in aggiunta una mutanda interna antistatica (tipo Nagaoka). Posseggo diverse centinaia di cassette che sono organizzate in micro categorie (etichette discografiche, artisti, genere, sotto-genere). Poi ci sono un bel po’ di 7″ sparsi nelle varie librerie. I compact disc sono organizzati come i vinili, ordine alfabetico e cronologico. Credo che uno dei problemi principali per tutti i collezionisti di vinile è lo spazio: a casa ormai le nuove acquisizioni non riescono a trovare collocazione negli scaffali e ovviamente non c’è più spazio per scaffali. Devo aggiungere che, se non condivisa, questa passione richiede una buona dose di comprensione da parte di familiari, mogli e conviventi.

4 – Oggigiorno il mercato musicale è innegabilmente mutato con l’avvento di una piattaforma come Discogs. Ti ritieni un nostalgico oppure vedi di buon grado le nuove tendenze di consumo?

Diciamo che tendenzialmente sono nostalgico dei tempi passati, sono comunque legato a essi, a quelle logiche e a quei modus operandi, anche considerando gli innegabili lati negativi (lunghissimi tempi di attesa, costi a volte esagerati, difficile reperibilità del materiale, ecc…): in effetti in maniera un po’ perversa quell’attesa spasmodica e le varie difficoltà nel reperire il materiale rendevano tutto più eccitante! Ma devo ammettere che, pure con le mie personali riserve, le nuove tecnologie, internet e alcuni servizi connessi, sono di parecchio aiuto. Per esempio, adesso con un click si possono inviare o ricevere pagamenti in tutte le valute e in tutto il mondo. Utilizzo molto Discogs e lo trovo un sito davvero ben fatto, l’unico problema è che, essendo anche un venditore, posso constatare che a volte esiste una guerra al ribasso sui prezzi dei dischi con relativa svalutazione degli stessi, o anche al contrario una guerra al rialzo, a chi spara il prezzo più elevato. Discogs non dovrebbe essere la base per la valutazione dei supporti del mercato collezionistico. A parte questo, Discogs ha messo più o meno ordine nelle varie discografie dei nostri beniamini, cosicché anche le varie leggende metropolitane su edizioni misteriose hanno fatto il loro corso: quasi tutto è verificabile ormai.

5 – Quali sono i tuoi record store, digging spots e quali le tue città preferite per la ricerca vinilica?

Vivendo in Puglia, direi che non ci sono tante possibilità per fare digging serio (perlomeno per come lo intendo io), anche perché personalmente credo che elemento fondamentale di ogni record store sia quello di avere una sezione (una grossa sezione!) di materiale fuori catalogo raro e/o usato. Sinceramente trovo poco eccitanti i record store che propongono solo le novità, e in questo periodo le “novità” sono quasi sempre ristampe. Credo che l’80% della mia collezione sia stata recuperata attraverso mail-order. Detto questo, posso affermare con relativa certezza che, in base ai miei viaggi, il Giappone è probabilmente il luogo dei sogni per ogni crate diggers. C’è una concentrazione di negozi di dischi di ogni genere e davvero ben forniti. Per esempio ho trovato a Tokyo dischi super rari di avanguardia, stampati in Italia, che qui da noi sono praticamente introvabili. Ci sono negozi che ancora stampano i cataloghi cartacei come succedeva qui da noi più di 20 anni fa. E poi negli store giapponesi ho riscontrato quella maniacalità nella conservazione, archiviazione e catalogazione difficili da trovare in occidente. I dischi anche usati sembrano praticamente nuovi di zecca, con estensive descrizioni aggiunte dai dealer. Non ho mai visitato gli Usa, e anche li ci sono un bel po’ di negozi interessanti. Per quanto riguarda l’Europa, la città di Stoccolma, quando ci sono stato, mi sembrava ben fornita di negozi; anche Parigi ha un sacco di posti dove trovare dischi, non solo negozi, ma anche mercatini e negozi di usato. Mi piacerebbe fare un salto in Olanda. Praticamente il mio sogno nascosto è quello di capitare per caso in un piccolo paesino di provincia e scoprire un negozio dimenticato che magari ha dead stock o fondi di magazzino con gemme nascoste… penso sia il sogno condiviso da parte di molti diggers.

6 – Raccontaci il tuo modus-operandi una volta entrato in un negozio di dischi.

Non appena entro in un negozio di dischi, se subito mi rendo conto che potrebbe avere materiale per me interessante, mi faccio prendere da una specie di irrefrenabile ansia o comunque da una specie di stato di agitazione (come un bimbo nel paese dei balocchi). Poi, non appena capisco come sono ordinati gli scaffali, mi metto con calma a cercare e la prima ora di digging di solito sembra durare appena 5 minuti. Se il record store merita, avendo a disposizione anche una giornata intera, potrei passare tutto il tempo a cercare, anche perché a volte ci possono essere degli errori di archiviazione da parte dei dealer e quindi si possono trovare per esempio dischi sperimentali fra gli scaffali di altri generi (una volta a Stoccolma ho trovato una copia originale giapponese di un raro vinile dei Taj-Mahal Travellers di Takehisa Kosugi, confuso con i dischi di Taj Mahal, artista blues statunitense, e molto più in generale gemme viniliche si possono celare anche fra le offerte a 5 euro). Nel corso degli anni sono diventato sempre più esigente e quindi di solito sono alla ricerca dei miei top wants, ma da buon completista trovo quasi sempre qualcosa da aggiungere alla mia collezione. Un consiglio che mi sentirei di dare è quello di fare digging in solitaria o al massimo con altri appassionati, altrimenti gli accompagnatori rischiano solo di annoiarsi e di mettere fretta.

7 – L’artwork sicuramente gioca un ruolo decisivo, ma non sempre dietro un accattivante illustrazione e / o foto si nasconde un buon album: quali sono le altre peculiarità che possono colpirti di un disco?

L’artwork è sempre molto importante, a volte anche troppo, in particolar modo in certi ambiti, dove si dà molta più importanza al contenitore (packaging bizzarri, handmade editions, confezioni materiche) rispetto al contenuto. Ma in generale credo che la cura dei dettagli, il lavoro artistico del packaging siano elementi che prima di tutto ci colpiscono, proprio perché la vista è il primo senso che utilizziamo per esempio quando entriamo in un negozio di dischi. Inoltre, le immagini hanno un potere molto forte, quasi quanto la musica, a mio parere. Personalmente seguo anche le scelte artistiche di certe etichette discografiche che ritengo interessanti e valide, roba da completisti insomma. Diciamo che dopo circa 35 anni di ascolti e collezionismo, l’esperienza e la conoscenza sono elementi fondamentali, fermo restando che l’intuito e l’istinto nel cercare cose nuove sono sempre elementi da non sottovalutare. 

8 – Ti avvali di una want-list dettagliata? Ci sono dei dischi elusivi che continuano a sfuggire al tuo radar?

Ho una mia want-list, come qualsiasi bravo collezionista/digger, ma in questo momento a parte due o tre dischi non cerco avidamente qualcosa in particolare. La verità è che penso che persone come noi siano SEMPRE alla ricerca di qualche disco o gemma vinilica! Mi sembra che in questo momento quasi nulla è veramente elusivo, ma dipende semplicemente da quanto uno è disposto a spendere. Grazie a internet, con una buona dose di pazienza si riesce a trovare praticamente tutto o quasi. Ovviamente si cerca anche di fare degli affari e di pagare bene o il giusto, a meno di non avere un portafoglio dalla disponibilità “illimitata”.

9 – Quali sono stati i tuoi migliori colpi di fortuna in termini di digging? Quali i mancati?

Mi piace ricordare un paio di colpi di fortuna su un paio di dischi parecchio rari che cercavo da un po’. Qualche anno fa ero per un week-end di piacere in costiera amalfitana e, dopo aver goduto delle meraviglie paesaggistiche, noto un paio di bancarelle: una di queste vendeva dischi in vinile e ovviamente mi sono avvicinato quasi per un moto incondizionato e, fra tanti dischi per me poco interessanti e tenuti anche male, scovo una copia praticamente perfetta e non suonata di “Prati Bagnati Del Monte Analogo” di Raul Lovisoni e Francesco Messina, pagata davvero pochi euro. Altro colpo di fortuna con un altro vinile pubblicato dalla collezionabile Cramps, mi è capitato con una copia mint del bellissimo lavoro di Giusto Pio, “Motore Immobile”, pagato 5 euro, e recuperato in una bancarella che si trovava presso la “Sagra Del Panino Della Nonna” (non è uno scherzo!) in un paese dalle mie parti. Mi ci avevano portato degli amici ed ero andato a dir poco controvoglia… Questo dimostra che il colpaccio potrebbe essere dietro l’angolo ovunque! Naturalmente ci sono stati anche dischi mancati, per esempio ricordo ancora con delusione, quando diversi anni fa alla fiera del disco Vinilmania che si teneva a Novegro-Milano, un tizio mi ha preceduto di un istante sull’acquisto di una copia mint del cofanetto di La Monte Young (“The Well Tuned Piano”) a un prezzo davvero davvero basso.

10 – Oltre al classico LP / 12″ qual è il tuo formato preferito (cassetta, CD, 7″, 10″, reel-to-reel, flexy-disc ecc) e per quale motivo?

Decisamente la cassetta. Adoro questo formato, c’è da dire che durante tutto il periodo degli anni ottanta la cassetta era il medium preferito dai vari agitatori della cosiddetta “cassette culture”: in ambito sperimentale, industrial, elettronico, ambient e lo-fi molti artisti collaboravano a distanza scambiandosi tracce registrate su cassetta, supporto poco costoso e super pratico. Inoltre, naturalmente pubblicavano la loro musica su cassetta, le autoproduzioni proliferavano su tape; nascevano anche innumerevoli tape label. Inoltre molti si sono industriati nel realizzare packaging a dir poco bizzarri o quantomeno speciali; come non ricordare per esempio la francese Illusion Production (label personale dei D.D.A.A.) che pubblicava varie cassette in confezioni bellissime (tutte rigorosamente con attitudine diy), tra cui le compilation della serie Sensationnel, o le prime release dell’inglese Touch, corredate da bellissimi booklet, o ancora le cassette edite da Trance Port Tapes etichetta di Barry Craig (A Produce) con sontuose confezioni realizzate dalla Independent Projects di Bruce Licher: un piacere per gli occhi e non solo! Un ambito davvero eccitante dove ha avuto modo di esprimersi la musica e cultura più sinceramente underground e alternativa frequentata da veri outsiders! Posseggo anche diversi 7″ ma non è un supporto molto pratico. In questi ultimi mesi sono in fase di riscoperta del tanto bistrattato compact disc (tra l’altro medium ideale per l’ascolto di certi lavori), chissà se non ci sarà un momento di rivalutazione anche per questo supporto.

11 – Nel corso degli anni avrai sicuramente esteso una fitta rete di conoscenze tra vinyl junkies e collectors; quali tra questi i più ammirati / rispettati?

Devo ammettere di aver intrapreso un percorso praticamente in solitaria relativamente alla mia ricerca musicale / collezionistica, prevalentemente per un discorso geografico. Ho conosciuto diversi appassionati nel corso degli anni più che altro per questioni professionali (ricordo che ai tempi della mia vecchia etichetta A Silent Place partecipavo come espositore al Vinilmania, probabilmente la più grossa convention del disco all’epoca, e lì ho incontrato diversi collezionisti del nord Italia). Non sono un frequentatore di social network, ma negli ultimi mesi utilizzo con una certa riluttanza instagram, che però mi ha permesso di entrare in contatto con alcuni vinyl junkies davvero incredibili: devo dire che i giapponesi e gli americani sono tra i collezionisti più forti in materiale “weird” e “unusual”! Naturalmente ci sono dei grandi collezionisti anche in Italia!

12 – Immanenza: 5 album che rappresentano l’essenza del tuo suono ideale.

Premesso che è davvero difficile scegliere così pochi dischi, ecco le mie scelte:
1. Cranioclast – “Lost in Karak” (e anche “Koitlaransk” e tutti gli altri primi lavori)
2. Sand – “Golem”
3. Zoviet France – “Shadow, Thief Of The Sun”
4. Labradford – “Mi Media Naranja”
5. Fabio Orsi – “Find Electronica”

13 – Trascendenza: 5 album atemporali che tratteggiano le forme del suono “altro”.

1- Robert Rich – “Numena / Trances & Drones”
2. Nurse With Wound – “Soliloquy For Lilith”
3. Charlemagne Palestine – “Strumming Music”
4. Alio Die – “Password For Entheogenic Experience / Under An Holy Ritual”
5. Coil – “Music To Play In The Dark”

Postilla alle domande #13 e #14: le due categorie per me sono interscambiabili, nel senso che il “suono altro” personalmente coincide con il mio “suono ideale”. Se possibile aggiungerei altri 5 dischi, e in realtà ce ne sarebbero tanti altri: In Gowan Ring/Birch Book – qualsiasi cosa; Jorge Reyes – “Comala”; Cabaret Voltaire – “The Voice Of America”; Savage Republic – “Tragic Figures”; Current 93 – “Imperium / Of Ruine Or Some Blazing Starre”; Organum/David Jackman – “Ikon/Sol Mara”. Ah, la fantastica serie completa di “Poetry Out Loud”: 10 LP (stereo magazine) usciti dal 1969 al 1977 di geniale sound poetry mista a umori mantrico-acido-psichedelici.

14 – Cosa bolle in pentola per le tue creature Backwards / Ricerca Sonora?

Al momento, a causa della situazione contingente, i vari progetti sono in stand-by. Comunque, è appena uscita una release su vinile (LP) che sono riuscito a distribuire quasi completamente (la ristampa di un lavoro dei francesi Vox Populi!, storica band ethno-industrial davvero intrigante), poi ci sono due release già pronte su compact disc: un meraviglioso cofanetto con 4 cd di Fabio Orsi e il primo cd di Mouse And Sequencers, progetto solo di Nicola Giunta dei Lay Llamas, lavoro ispirato alle “music library”, corredato dai fantastici artwork di Nicola; e infine una release programmata che sarebbe dovuta uscire a marzo: Muni, il nuovo progetto psych/ethno/drone di Nicola Caleffi dei Julie’s Haircut + membri dei Pip Carter Lighter Maker: un disco davvero consigliato a tutti gli appassionati di certa psichedelia siderale e dilatata con ipnotiche trame etno-tribali.

15 – Salutaci con i tuoi due ultimi acquisti. Buona ricerca.

Fra le ultime acquisizioni segnalerei John J. Lafia – “1980.1985” (2xLP), antologia che include parte della cassetta (“Prayers”) uscita per la mitica Trance Port Tapes nel 1984 più altro materiale extra: un eccellente mix di sonorità industrial schizoidi e post-punk lo-fi. Poi Charles Duvelle – “The Photographs Of Charles Duvelle – Disques OCORA And Collection PROPHET”: un fantastico libro fotografico con le foto scattate da Duvelle (musicologo e fondatore della label Ocora) durante le registrazioni di musica tradizionale in ogni latitudine, con in allegato due cd di musica tradizionale africana, indiana, hindustani, Laos e Pacifico. Due dischi eccellenti.