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L’uomo che cerca il senso della sua esistenza ha già trovato sé stesso

di Eleonora Brizzi

Trascendenza significa elevazione verso il soprasensibile, ciò che sta al di là delle possibilità di decodifica dei nostri sensi perché superiore alla condizione umana, percepibile in parte ma impossibile da afferrare nella sua interezza, quindi indefinibile. Tuttavia esistono degli espedienti che permettono di costruire un ponte, svolgendo la funzione di elementi di transizione fra umano e divino, fra materia e spirito, fra imperfezione e perfezione, le arti sono tra questi.

Nel 1831 Edgar Allan Poe scriveva così: «The comprehension of sweet sound is our most indefinite conception. Music, when combined with a pleasurable idea, is poetry. Music without the idea is simply music. Without music or an intriguing idea, color becomes pallour, man becomes carcass, home becomes catacomb and the dead are but for a moment motionless». La musica è vita, noi siamo immersi nell’armonia dell’universo, inudibile perché ci nasciamo dentro, plasmati nella melodia segreta del moto dei pianeti: già lo affermavano i pitagorici quasi 500 anni prima di Cristo. La musica è parte di noi prima che fuori di noi e quando viene a mancare, come dice Poe, anche noi moriamo, perdiamo sostanza, l’energia costitutiva che ci muove. Prima di questo però, ci fa notare qualcosa di più: quando combiniamo la musica ad un’idea nobile e gradevole questa diventa poesia, senza l’idea che l’accende, la musica, non è altro che musica. Questo l’obiettivo: creare un ambiente dove la musica non sia solo il sottofondo di svago e divertimento ma torni ad essere protagonista, in primo piano, riacquistando il suo valore estetico e culturale, quello spessore che la trasformi in poesia.

Tornare a focalizzarsi sull’elemento artistico condiviso significa creare un dialogo fra quest’ultimo e il nostro mondo interiore. Secondo Marcel Proust, scrittore francese ascrivibile alla corrente letteraria del modernismo, la musica non farebbe altro che illuminare le zone oscure della nostra anima rivelandocele. Nel primo volume della ‘Recherche’ afferma che: “i motivi musicali” sarebbero «vere e proprie idee, appartenenti a un altro mondo, a un altro ordine, velate di tenebre, ignote, impenetrabili all’intelligenza, ma non meno perfettamente distinte le une dalle altre, non meno differenziate fra loro per valore e significato» e che «il campo dischiuso al musicista» sarebbe «una tastiera incommensurabile, quasi del tutto ancora sconosciuta, dove qua e là, separati da dense tenebre inesplorate, soltanto alcuni dei milioni di tasti di tenerezza, di passione, di coraggio, di serenità che la compongono, ciascuno diverso dagli altri come un universo rispetto a un altro universo, sono stati scoperti da alcuni grandi artisti che, ridestando in noi il corrispettivo del tema rinvenuto, ci rendono il servigio di mostrarci quale ricchezza, quale varietà celi a nostra insaputa la grande notte impenetrabile e scoraggiante dell’anima che noi scambiamo per un vuoto, per un nulla». L’autore sostiene che la musica sia un’arte ed una scienza dalla fruizione della quale possa scaturire la rivelazione di aspetti profondi, archetipici del nostro essere, sia inerenti alla sfera personale (ricordi personali), che alla sfera collettiva (caratteri psicologici che condividiamo come specie).

Andrej Tarkovskij, illustre regista di nazionalità russa, era fermamente convinto che l’opera d’arte, di qualsiasi natura essa fosse, per definirsi tale dovesse avere la funzione di educare l’uomo, renderlo migliore nei rapporti con se stesso e con il mondo (in russo esiste una parola specifica per definire la bellezza spirituale di una persona: прекрасный, prekrasnyy). Parlava di un’«illuminazione etica» capace di creare un mutamento tale nell’animo da generare la sensazione distinta dell’avvenuta trasformazione. La musica elettronica, troppo spesso è dimenticato, nasce come risposta al timore degli effetti alienanti che la meccanizzazione del mondo avrebbe potuto avere sulle coscienze, una profezia ad oggi da considerarsi piuttosto avverata se analizziamo le logiche della società contemporanea con particolare riguardo alla realtà dei giovani. Recuperare il significato profondo che sta alla base della fondazione di questo genere musicale e riconoscerne il valore, significa creare una comunità consapevole, promotrice di legami autentici fra le persone e volta al rispetto e alla comprensione dell’altro, contro la monopolizzante azione degli schermi che sterilizzano la nostra capacità di immedesimarci, esprimere emozioni e soprattutto impediscono quel tipo di crescita intellettuale che solo il confronto diretto può favorire, infine contro le derive di un consumismo che sembra inquietantemente farsi strada in un campo estraneo a quello di appartenenza, l’ambito dei rapporti umani.

Dobbiamo aggiungere che la musica possiede una profonda e sottovalutata capacità di riequilibrare, riarmonizzare e conciliare i nostri sentimenti: quante volte ci capita di provare rabbia, nervosismo o tristezza e di trovare conforto nella musica? Esiste una branca della medicina cinese che basa le terapie psicologiche proprio sulla teoria dei 5 toni della musica (Gong  – do, Shang – re, Jue – mi, Zhi – sol, Yu – la) ossia i suoni esistenti nel momento della nascita dell’universo, i quali servirebbero a riconnettere l’uomo alla sua energia e ed armonia primigenie; non è un caso che i due caratteri per “medicina” e “musica” in cinese siano identici, eccetto che il primo ha aggiunto un simbolo che sta a significare l’uso delle erbe officinali. Oggetto della musicoterapia sono disturbi psichici quali ansia, depressione, esaurimento nervoso, schizofrenia, insonnia e fobie, proprio per l’incredibile capacità della musica di innescare forti emozioni e influenzare gli stati d’animo, oltre ad essere un tratto comune a tutte le civiltà umane. Essa con i parametri di intonazione, frequenza, timbro e volume influirebbe sulle emozioni e regolerebbe le dinamiche del Qi (chakra, energia) nei movimenti di ascesa, discesa, entrata e uscita.

L’influsso della melodia genera una risposta, un feedback, una reazione che può tradursi in un’altra forma più o meno volontariamente estetica a seconda delle circostanze: la danza, secondo elemento chiave del progetto. Per cercare di darne una definizione mi appello a uno dei massimi teorici della danza, dai suoi precetti sono state tratte le fondamenta della danzaterapia, Rudolph Laban. Egli percepiva la danza come forma primaria e privilegiata dell’espressione umana, per lui comprendere il movimento significava comprendere se stessi. Gli individui hanno modi caratteristici di muoversi in termini di corpo, energia, spazio, e quel particolare comportamento motorio che ognuno di noi adatta, sarebbe la manifestazione osservabile di processi fisici, emotivi, psichici e sociali. Ogni movimento, dunque, tenderebbe nello spazio a seconda della risposta del soggetto ad una combinazione di motivazioni interne e stimoli esterni. Il movimento umano è un processo vitale, ritmico ad un tempo adattabile ed espressivo. Potremmo quindi usare qui questa definizione di danza: comportamento intenzionale, non-verbale che esprime, attraverso modelli dinamici di specifici movimenti nello spazio, una più limpida e intesa coscienza della propria persona e dello spazio circostante. Aby Warburg, storico e critico d’arte tedesco, comprese anche lui l’incredibile valore assunto dal movimento tanto nell’arte quanto nella vita comune ed elaborò il concetto di Pathosformeln, vale a dire, tutto ciò che si trasmette per lo più senza mediazione linguistica, ciò che attiene, probabilmente, ad una sfera della corporeità pre-linguistica e pre-logica, per altro al centro degli interessi dei nuovi studi sulla performatività.

Musica e danza sono quindi due linguaggi non completamente intelligibili, vale a dire razionalizzabili o passibili di essere riprodotti linguisticamente che hanno un impatto estremamente più immediato, emotivamente sconvolgente e universale rispetto al linguaggio nel senso letterale del termine, capaci di rivelare aspetti profondi del nostro essere, ma allo stesso tempo rimanendo in parte sfuggenti, inafferrabili, inspiegabili, altri e oltre da noi. Due linguaggi che raccontano ciò che siamo ma allo stesso tempo vanno al di là di noi, ci trascendono. Del resto Jaspers affermava che «se l’indefinito fosse definitivamente superato, il mondo e la conoscenza sarebbero compiuti. Invece, proprio l’impossibilità del suo superamento diventa la base per quel salto teoretico in cui consiste il trascendere che ha come contenuto l’esistenza possibile in quanto libertà».