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Mnemosyne

di Valentina Trabalza

Se ne era appena andata dalla stanza.
Sembrava già il giorno seguente, tanto era il vuoto che aveva lasciato.
Sono ancora molto confusa, non mi è del tutto chiaro ciò che accadde davvero.
Ero a cena, in un ristorante, assieme a un gruppo di amiche, eravamo immerse in racconti rumorosi, intervallati da molte parentesi mai chiuse, e risate che interrompevano il flusso dei discorsi.
Non ci vedevamo da un po’ e il nostro modo di dirci che ci vogliamo bene è sempre stato quello di rispolverare episodi vissuti insieme, soprattutto durante i viaggi, trascorrendo le serate a prenderci in giro e a esagerare con le descrizioni.
Tra una risata e una pausa, in quello spazio vuoto, mi accorsi che qualcosa o qualcuno stava partecipando alla nostra serata, a quel tavolo, il nostro.
Avvertii una piccola vibrazione all’altezza degli occhi, un soffio fresco e leggero che accese un sensore situato dentro alle orecchie.
Mi isolai da tutto e iniziai ad accorgermi, oltre gli occhi, che una figura slanciata e inspiegabilmente luminosa, accanto a noi a circa quaranta centimetri, in piedi, era intenta ad aprire e chiudere la bocca, con un ritmo regolare, impassibile, totemica.
Distolsi per un momento lo sguardo, cercando senza successo di scorgere tra le persone con me la conferma che non fossi pazza, che non fossi l’unica a vedere ciò che era lì.
Ero l’unica.
Sembrava che stesse aspirando e ingoiando l’aria, i miei occhi facevano fatica a rimanere fissi, a causa della luce emanata da quel corpo.
Non capivo se fosse l’effetto dell’alcool nel sangue, se fosse la conseguenza delle notti insonni accumulate, o entrambe le cose, oppure se quella ‘cosa’ fosse davvero lì, a pulsare di una vita e un ritmo tutti suoi.
Mi alzai per andare verso il bagno, ricordo specchiarmi, guardarmi dentro agli occhi e fuori, attivare il rubinetto dell’acqua per sentire qualcosa di fresco e liquido, con l’intento di governare quel moto che stava compromettendo il mio equilibrio psicofisico.
C’erano le mie solite occhiaie, avevo lo sguardo un po’ stanco dalla giornata trascorsa e dall’alcool, tutto regolare, mi dissi.
Ricordo che dopo aver chiuso la porta del bagno ero di nuovo seduta al nostro tavolo rumoroso, anche se non ricordo i passi compiuti per arrivarci.
Spaventoso.
Il cuore batteva fuori le orecchie e dentro ai polsi, avvertivo uno strano calore alle guance e alla nuca, per non perdermi definitivamente in un limbo di paura iniziai a respirare profondamente con il diaframma, funzionò.
Lei era lì e mi guardava, non esattamente, mi attraversava con lo sguardo, aveva un’espressione pacata, e la sua presenza era leggera e densa allo stesso tempo, ma credo che la densità fossi io a generarla, attraverso i miei pensieri, increduli di quello strano fenomeno la cui manifestazione si stava rivelando soltanto a me.
Perché?
Era apparsa squarciando le pareti della nostra dimensione conosciuta, portandosi appresso tutto il mistero dei suoi abissi.
Questa creatura che, non nascondo, iniziavo a percepire come minacciosa, aveva la forma di un corpo umano, più allungato, al posto dei capelli aveva degli oggetti geometrici che si ingrandivano e rimpicciolivano a un ritmo irregolare, i suoi occhi grandi come noci non avevano delle pupille delineate, sembravano liquide e fluttuanti e quando apriva la bocca si scoprivano dei denti simili a quelli delle tigri, anch’essi umidi e liquidi.
Le braccia erano morbide lungo i fianchi e terminavano con delle mani che non avevano dieci dita ciascuna, erano molte di più e si arricciavano all’insù seguendo, sembrava, il movimento del suo respiro sconosciuto.
Inquietante.
Le mie amiche continuavano nella loro corsa ai racconti, stappavano bottiglie, ridevano e io mi trovavo nell’automatismo di rispondere a quelle attività soltanto nella meccanica del corpo, mentre tutto il resto era rapito da Lei.
Non potendo fare altro che guardarla, iniziai a interpretare i suoi movimenti, allo scopo di decifrare nel limite del possibile quanto stava accadendo.
Ricordo di aver avuto il desiderio di avvicinarmi, di toccare quell’essere, ma mi trovai totalmente bloccata da qualsiasi movimento che non fosse legato all’attività goliardica del tavolo per cui, non senza frustrazione, mi rassegnai al ruolo di spettatrice attenta.
Più parentesi si aprivano nei discorsi, più aumentava il moto delle sue labbra, e quando c’erano delle pause, muovendo gli occhi velocemente, scandagliava tutto ciò che era davanti a lei: noi.
Pensai fosse un’allucinazione, un episodio fuori il controllo del razionale, come a volte accadeva nei periodi di grande stress, e quello certamente lo era, ma l’illusione dell’allucinazione cessò presto di essere consolatoria, lei era lì, presente, viva.
Continuai a respirare e lentamente cominciò ad aprirsi in me una visione, una teoria che avrebbe giustificato, forse addirittura spiegato, quella presenza fuori da ogni possibile logica.
Ricordando i primi momenti in cui la vidi, la sua luminosità fu simile a un bagliore, come quello che si verifica quando il sole a mezzogiorno si specchia sul mare, momento in cui la vista viene compromessa, poi invece quel bagliore scomparve, lasciando il posto a un verde che diventava sempre più scuro durante il protrarsi del tempo.
Sembrava proprio che lei, ingoiando l’aria, si riempisse di qualcosa, fino a perdere drammaticamente il suo nitore, diventando più visibile e terrena, codificabile.
Ricordo di aver chiuso gli occhi per concentrare la mia attenzione soltanto sul suono ed ecco che riuscii a sentire le parole pronunciate e sempre un sibilo tra una pausa e l’altra delle conversazioni.
Quando riaprii gli occhi, mi accorsi che quel sibilo corrispondeva proprio all’apertura della sua bocca dai denti scintillanti di felino ultraterreno.
Ripetei questa tecnica più e più volte, per avere la conferma che ciò che avevo rilevato fosse attendibile, lo era.
Allora pensai, possibile che ciò che stava facendo fosse assorbire, raccogliere tutte le eco, le informazioni, visive, sonore e olfattive, che fosse una sorta di strumento di memoria collettiva, un archivio vivente e misterioso che finalmente poneva fine al mio cruccio esistenziale?
L’idea che tutto ciò che viviamo, i ricordi, i momenti, permangono, si trasformano e infine assumono forme diverse da quelle che avevano in origine, perdendosi in uno spazio sconfinato.
Lei, l’oggettività che entra in gioco offuscando la cifra della soggettività, Lei, una sorta di archivio scientifico, funzionale, dal quale attingere a piacimento le informazioni che abbiamo attraversato, per sempre.
Quanto tempo ho impiegato a trascrivere nei miei quaderni episodi vissuti e quante volte, poi, a distanza di tempo, rileggendoli, sono stata sopraffatta dalla fatica di ritrovarmi in quei racconti lontani, eppure realmente vissuti?
Avevo davanti la risposta a tutte le domande che mi ero posta per tantissimi anni, ma non potevo muovermi, né interagire con quell’essere, avevo la sensazione che si ha nei sogni, quando si vuole urlare e la voce non può uscire, mai.
Perduta in queste riflessioni, il calore alle guance e alla nuca svanì, il battito rallentò e mentre lei se ne andava di schiena uscendo dalla porta del ristorante, seguendola con lo sguardo, vidi altri bagliori accanto ai tavoli della sala, ancora quel verde  e lo stesso movimento delle bocche liquide che aspiravano l’aria inghiottendola.