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Un’utopia chiamata città aperta

«…l’architettura diventa lo specchio e il luogo in cui prendono forma bisogni, necessità, desideri e aspirazioni»

di Laura Brunori e Irene Cacciamani

In un clima di ricerca urbanistica che colloca la “cultura del luogo” al centro della progettazione e che attraversa tutti gli anni Cinquanta del Novecento, si inserisce la Scuola di Valparaiso, che rappresenta spunto di riflessione ancora attuale. Nata su iniziativa dell’architetto cileno Alberto Cruz, del poeta argentino Godofredo Iommi e di un ristretto gruppo di architetti, designer, poeti, artisti, filosofi, nel tempo si impone come un vero e proprio modello pedagogico alternativo basato sulla poesia e sul lavoro comunitario.

Acto de apertura de terrenos ©Corporatiòn cultural amereida

Con la prima traversia, una spedizione attraverso il continente sudamericano, da Cape Horn e Santa Cruz Sierra in Bolivia, professori e studenti intendono rifondare il continente americano sulla base di un’identità originale, poetica e non coloniale, con la costruzione di piccole opere di architettura offerte agli abitanti del posto. È durante questo “viaggio alla ricerca del loro Nord” che il gruppo si trova a compiere un vero e proprio atto fondativo, disegnando una nuova carta del continente il cui orientamento è ruotato di 180 ° rispetto alla convenzione geografica e in cui l’America è sovrapposta simbolicamente alla CROCE DEL SUD. Il risultato di questa prima traversata è ‘Amereida’ (fusione di America ed ‘Eneide’), un poema che riassume le teorie della Scuola, basato sull’idea che il continente americano sia stato celato e che la sua scoperta da parte di Colombo, partito in realtà alla ricerca delle Indie, in un certo senso non sia mai avvenuta.

Ciudad Abierta, Acto de Apertura de Terrenos, 1971 ©Escuela de Arquitectura y Diseño de la Pontificia Universidad Católica de Valparaíso

L’innovazione proposta dalla Scuola si traduce anche nelle vite degli stessi professori, che inizialmente decidono di abitare tutti insieme in un gruppo di case a schiera con le rispettive famiglie, per poi fondare nel 1970, con l’acquisto di 300 ettari di terreno nei pressi di Ritoque, una vera e propria Ciudad Abierta. Questo luogo isolato e selvaggio, completamente privo di costruzioni, tra dune sabbiose in cui i passi lasciano tracce destinate a scomparire, diventa un vero e proprio laboratorio sperimentale dove si concretizza l ’utopia di unire vita, lavoro e studio, dove la ricerca continua fuori dalle aule e dove l’architettura si realizza con la performance creativa. La poesia è un atto di creazione proprio come l’architettura e gli atti poetici sono preliminari alla costruzione di ogni opera; l’architettura diventa lo specchio e il luogo in cui prendono forma bisogni, necessità, desideri e aspirazioni.

Recepción 1º Año, Ciudad Abierta, Ritoque, 1997 ©Escuela de Arquitectura y Diseño de la Pontificia Universidad Católica de Valparaíso

Le costruzioni realizzate nel corso degli anni, e che ancora continuano a esserlo, sono frutto dell’azione diretta e sperimentale di studenti e professori che utilizzano materiali poveri e una modalità di lavoro collettivo en ronda, ovvero a staffetta: ognuno corre al meglio la propria frazione, consegnando il suo valore al compagno che prosegue con il testimone e tutti, disposti in cerchio sul luogo destinato a ospitare una nuova opera, pronunciano a turno versi poetici come preludio all’atto pratico in cui essi stessi sono la manovalanza che la realizza. La città, in realtà priva di qualsiasi infrastruttura, ospita, nella parte sabbiosa che si affaccia sull’oceano, abitazioni progettate dai loro stessi abitanti e strutture di ausilio alla didattica (laboratori di modellistica e costruzione); nella zona collinare invece viene costruita una vera e propria Agorà, con un anfiteatro, una sala per la musica, un cimitero, una cappella, un santuario e un campo sportivo. Ogni anno gruppi di studenti manipolano lo spazio, mettendo in pratica l’idea di una città in continuo movimento proprio come le dune sabbiose che la ospitano: le strutture cambiano e si trasformano, in alcuni casi i ponteggi si fondono con esse, in altri vengono smontati e riutilizzati in altri progetti. Sono costruzioni, insolite e isolate tra loro, dai nomi poetici che rimandano a miti fondativi e dalle forme che nascono dall’immaginazione, a volte più vicine alla fantascienza, quasi a sembrare delle navicelle spaziali. Il continuo mutamento delle strutture e della città stessa rappresenta la creazione come la capacità di ricominciare sempre da capo e tornare a non sapere, un principio arcaico e autentico che, in contrasto con i modelli sfarzosi di sviluppo occidentale, mette in risalto lo splendore della povertà e della semplicità.

Hospederia ciudad abierta ©Escuela de Arquitectura y Diseño de la Pontificia Universidad Católica de Valparaíso

«… veniamo a consacrare questo pavimento sopraelevato con parole significative, dove un astuto locandiere costruisce una casa in modo che i suoi ospiti possano contemplare e assaporare, come il più bello degli spettacoli, il panorama di questa ricca regione».